L’olocausto negato del Congo

Se non avete mai sentito parlare del “genocidio del Congo”, che causò lo sterminio di 10 milioni di esseri umani, questa è la volta buona. 

Se ne rese responsabile il famigerato re Leopoldo II del Belgio, che sedette sul trono di Bruxelles dal 1865 al 1909. Sotto il suo feroce dominio coloniale la popolazione di quello che era lo “Stato libero del Congo” di sua proprietà personale (ora Repubblica Democratica del Congo) si ridusse da 25 a 15 milioni di abitanti.

A distanza di oltre un secolo dalla morte di quello spietato tiranno – che Mark Twain definì “il re con dieci milioni di assassinii sulla coscienza” -, la sua figura è ancora glorificata nel regno del Belgio, la cui classe dirigente è disposta ad ammettere solo “eccessi” e “crimini” che sarebbero stati compiuti dai colonialisti belgi in numerose occasioni ma senza un carattere di sistematicità.

Che gli “eccessi” non fossero l’eccezione ma la regola del regime di terrore instaurato da Leopoldo II nel Congo per il massimo sfruttamento delle sue risorse, lo documenta il libro dello studioso statunitense Adam Hochschild “Gli spettri del Congo – Re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto dimenticato” (Rizzoli). E ne parla in maniera raccapricciante anche, come testimone oculare, Joseph Conrad nel romanzo storico “Cuore di tenebra”, del 1899.

Leggendo le atrocità che vi sono raccontate (eccidi di intere comunità; teste e mani mozzate; donne e bambini presi in ostaggio e violentati per costringere gli uomini a lavorare come schiavi; colonne di portatori macilenti incatenati per il collo; frustate a profusione) mi sono sentito male tre volte. 

Penso che il Belgio non la passerebbe liscia se negasse l’olocausto degli ebrei. Ma può negare impunemente il suo “olocausto nero” perché tutti gli Stati ex colonialisti ed ex schiavisti hanno gli armadi della storia pieni di scheletri africani. 

Nicola Bruni

Nella foto, il monumento in onore di Leopoldo II al centro di Bruxelles.