Sic transit gloria mundi

Ogni volta che muore un personaggio famoso, assurto alla gloria del mondo per straordinari successi ottenuti nella vita terrena, mi torna in mente un monito lanciato da Gesù, sotto forma di domanda, nel Vangelo di Matteo: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?”.

“Il sudario non ha tasche” ricordava Papa Francesco, poiché nessuno può portarsi nell’aldilà alcun bene materiale.

Di fronte alla recente morte di una diva della canzone italiana, celebrata da molti come “una donna libera” – quella che cantava “Proviamo anche con Dio, non si sa mai” -, ho rivolto il mio primo pensiero alla sua anima.

Io spero che sia riuscita a salvarla, magari in extremis invocando la misericordia divina come fece il ladrone pentito che fu crocifisso sul Golgota accanto a Gesù.

Peraltro, osservo con rammarico che molti cattolici battezzati tornano a varcare la porta di una chiesa, dopo decenni di assenza, solo da morti, rinchiusi in una bara, quando forse per loro è ormai troppo tardi. 

“Sic transit gloria mundi” (così passa la gloria del mondo), recita un’antica locuzione latina. Ne era consapevole uno dei grandi protagonisti della storia dell’Italia repubblicana, Giulio Andreotti, che alla sua morte, avvenuta il 16 maggio 2013, dette a tutti un esempio di umiltà cristiana. Preferì, infatti, un funerale privato (e senza riprese televisive) nella sua parrocchia alle solenni onoranze funebri di Stato alle quali avrebbe avuto diritto: niente camera ardente al Senato, niente bandiere e gonfaloni, niente truppe schierate, una semplice e spoglia bara di legno portata a spalla dagli amici (nella foto), nessun cardinale sull’altare ma soltanto il suo parroco a celebrare la Messa di congedo.

Consapevole di essere di fronte a Dio un peccatore, l’uomo che era stato 7 volte presidente del Consiglio e 27 volte ministro, sapeva che al giudizio di Dio non ci si presenta in pompa magna, esibendo le medaglie di presunti meriti, ma battendosi il petto e invocando misericordia. Sapeva che, dopo la morte, la “gloria del mondo” per chi ne ha beneficiato in vita non ha più nessun valore.

Nicola Bruni