Ho osservato due scene che mi hanno impietosito, durante un viaggio nella metropolitana di Roma.
All’andata, era seduta davanti a me una giovane donna magrissima, presumibilmente anoressica e, a giudicare dall’espressione triste del viso, anche depressa. Accanto a lei, due belle bambine di quattro e cinque anni che scherzavano e ridevano spensierate, ciascuna con uno zainetto sulle spalle. Ho supposto che quella mamma fosse andata a riprenderle ad un centro estivo. Ho notato che la donna era priva di una fede nuziale e aveva sul petto una placca quadrata con il Crocifisso pendente da una collanina.
Al ritorno, di fronte a me sedeva una donna un po’ strana, forse di origine straniera, di età compresa tra i 35 e i 40 anni, con stivaletti pesanti ai piedi, un trucco a matita nera sfaldato dal sudore intorno agli occhi, grossi tatuaggi indecifrabili alle braccia e ad una gamba, e nessun anello alle dita. Accanto a lei, un bel bambino di sette anni, decorosamente vestito, che appariva impegnato a fantasticare per conto suo, mentre la mamma in quindici minuti di viaggio non le ha mai rivolto la parola.
Quella donna, che teneva poggiati a terra tra le gambe uno zainetto e una grossa busta di carta di un negozio di abbigliamento, è stata occupata per quasi tutto il tempo a ricucire con ago e filo l’orlo interno della sua borsa di stoffa.
Mi sono posto delle domande sulle condizioni di vita di quei tre bambini e delle loro madri senza marito, e ho rivolto preghiere a Dio per loro.
Nicola Bruni
