Scolari come soldatini: “Attenti! Riposo! Avanti marsc!”

La scuola elementare “Alessandro Manzoni” nel quartiere Latino-Metronio di Roma, che frequentai dal 1947/48 al 1951/52, ebbe un momento di celebrità nel dopoguerra per aver fornito un alloggio provvisorio al “principe” dei comici italiani, “sfollato” senzatetto nel film “Totò cerca casa”.

A quei tempi funzionava in doppio turno, con classi piene zeppe. I banchi di legno, a due posti, avevano il sedile fisso ed erano dotati di calamai a vaschetta per l’inchiostro. Si scriveva con il pennino innestato sulla penna (non c’erano ancora le biro) e ci si macchiava sempre le dita. Se la penna cadeva a terra, il pennino poteva spuntarsi e bisognava cambiarlo. Per asciugare l’inchiostro sul quaderno, si usava la carta assorbente. I voti oscillavano tra “zero spaccato” e “dieci e lode”. Si leggeva il libro “Cuore”, di Edmondo De Amicis, come un vangelo dell’educazione.

Gli insegnanti avevano mano libera nel castigare gli elementi indisciplinati, “screanzati” o “somari“, con tirate di orecchie, scappellotti, bacchettate sulle dita, penitenze in ginocchio dietro la lavagna, o nell’umiliarli con insulti o con l’imposizione di un cappello di carta dalle orecchie d’asino. E spesso bocciavano con severità. Ma non tutti.

Vigeva una netta separazione, all’interno dell’edificio scolastico, tra classi maschili e classi femminili, che entravano e uscivano da porte diverse. I maschietti generalmente avevano come insegnante una donna per i primi tre anni; poi, in quarta e quinta, venivano affidati a un maestro, ritenuto più adatto a “inquadrarli” nella disciplina scolastica.

Questa era di tipo militare, e risentiva ancora della pedagogia fascista di “libro e moschetto”. Quando entrava in classe il “Signor Direttore”, o altra persona di riguardo, il “Signor Maestro” ordinava l’attenti, che si eseguiva restando seduti e immobili, con il capo eretto, pancia in dentro e petto in fuori, le braccia tese in avanti e le punte delle mani, rivolte all’ingiù, poggiate sulla tavoletta del banco, fino a che non veniva ordinato il “riposo”. Negli spostamenti della classe, all’interno e all’esterno della scuola, si marciava incolonnati al ritmo di “unò-duè, unò-duè, passoò!”.

Tutti gli alunni dovevano presentarsi a scuola in uniforme: i maschi con grembiulino blu, colletto bianco, possibilmente inamidato, e fiocco bianco; le femmine con grembiulino bianco, colletto bianco e fiocco azzurro. Sul petto, la targhetta “A. Manzoni”. Nella parte superiore della manica sinistra si applicavano i gradi in numero romano della classe frequentata; sullo stesso braccio il capoclasse esibiva una fascia celeste, e l’addetto al servizio d’ordine durante gli spostamenti della classe una fascia gialla. 

Il corredo scolastico si portava in una cartella (allora non si usavano gli zainetti e neppure i trolley).

I grembiuli coprivano spesso i rattoppi dei vestiti e mascheravano in parte le differenze sociali. 

Nella mia quinta classe, di 40 elementi, eravamo quasi tutti più o meno poveri, ma, per la maggior parte, molto determinati a farci strada nella vita. Il maestro Emilio De Sanctis ci spronava, additandoci come esempio Vittorio Alfieri. Il quale da ragazzo si faceva legare alla sedia per non staccarsi dallo studio e poi, da grande, riassunse così il segreto del suo successo: “Volli, sempre volli, fortissimamente volli“.

Crescendo e “fortissimamente” volendo, almeno in 12 tra noi, saremmo arrivati alla laurea.

Nicola Bruni

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Nella foto, della mia classe V C del 1951/52, io sono il quinto da sinistra della prima fila. Su 40 alunni, 14 erano assenti.