Trebisonda e il genocidio armeno del 1915

Trebisonda: il nome bizantino di una città turca della costa anatolica del Mar Nero (la Trapezunte dei coloni greci, coetanea di Roma, oggi Trabzon) riemerse, dalle profondità della storia alla ribalta della cronaca, il 5 febbraio 2006. Insanguinato dall’assassinio di un prete cattolico italiano, Andrea Santoro, parroco “ecumenico” di pochissimi fedeli e “testimone dell’amore di Cristo per i musulmani”, nella “terra santa” dove nacque San Paolo e predicarono gli apostoli.

Già sede di una Chiesa locale greca fondata dall’apostolo Andrea, Trebisonda passò sotto il dominio romano nell’anno 64, poi fece parte dell’impero d’Oriente, e dal 1204 (dopo il saccheggio veneziano di Costantinopoli) fu la capitale dell’impero dei Comneni, fino al 1461, quando fu conquistata dai turchi ottomani.

Ancora ai primi del Novecento, lì c’era una grande comunità cristiana, formata in prevalenza da armeni e greco-ortodossi. La cancellarono orribili operazioni di pulizia etnico-religiosa, compiute prima dal partito dei Giovani Turchi (nel 1915-16) con il genocidio degli armeni residenti in Turchia (un milione e mezzo di morti), poi dal fondatore della repubblica “laica” Kemal Atatürk (nel 1922) con la cacciata di altrettanti greci dall’Anatolia.

Svolgendo una ricerca su quegli eventi, mi sono imbattuto nella diabolica figura del “Mostro di Trebisonda”, Djemal Azmi, responsabile anche dell’uccisione per affogamento di centinaia di bambini armeni, e nella testimonianza del console italiano Giacomo Gorrini, su massacri e deportazioni di armeni di quella città avvenuti tra giugno e luglio del 1915.

Gorrini raccontò, in un’intervista al suo ritorno in Italia, “lo strazio di dover assistere ad una esecuzione in massa di creature inermi, innocenti”, “il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso”, “i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento”, “i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere”. 

Del genocidio degli armeni, non si può addossare la colpa alla Turchia di oggi. Essa, però, non può sottrarsi al dovere morale di rendere la giustizia della verità ai discendenti delle vittime, riconoscendo le sue responsabilità storiche in quello sterminio, che il popolo armeno superstite rievoca, dolorosamente, il 24 aprile di ogni anno come Metz Yeghern, il Grande Male. Anche per educare le nuove generazioni di turchi musulmani (l’assassino di don Andrea, continuatore del genocidio dei cristiani di Trebisonda, era un sedicenne) a dire: “Mai più”.

Nicola Bruni

*

Nella foto, un ufficiale turco provoca con un pezzo di pane dei bambini armeni affamati e denutriti 

in un campo di prigionia, durante il genocidio armeno del 1915.

Lascia un commento