Il “sangue blu” di Vittorio Emanuele II, figlio di Carlo Alberto di Savoia-Carignano e di Maria Teresa d’Asburgo, risultava ufficialmente al 50 per cento savoiardo (cioè franco-piemontese) e al 50 per cento austro-tedesco. Ma è probabile che la sua quota germanica di globuli blu fosse largamente maggioritaria, se si considera che la madre di Carlo Alberto era una principessa di Sassonia. A meno che…
A meno che non si voglia dare credito a quella diceria, autorevolmente avallata da Massimo d’Azeglio, secondo cui il “vero” Vittorio Emanuele sarebbe morto a Palazzo Pitti, bruciato nella culla all’età di due anni, in un incendio nel quale perse la vita la sua balia, ma i genitori lo avrebbero sostituito per ragioni dinastiche con il figlioletto di un macellaio fiorentino annunciando che si era salvato dalle fiamme.
Questo spiegherebbe perché il “falso” Vittorio Emanuele (basso, tarchiato, incolto, di gusti grossolani e modi plebei) non somigliasse in nulla ai raffinati, colti e longilinei membri di Casa Savoia, ponesse al primo posto i piaceri della carne e amasse oltremodo i macelli della caccia.
Fin da ragazzo, come riporta Silvio Bertoldi nel libro “Il re che fece l’Italia” edito da Rizzoli, non dimostrò alcuna attitudine per lo studio. Fu sempre refrattario alle arti, alla musica e a qualsiasi forma di curiosità intellettuale. I suoi scritti erano zeppi di errori di grammatica, non imparò mai a scrivere correttamente e, nel parlare, la sua lingua di riguardo fu sempre il francese e quella quotidiana il dialetto piemontese.
Come arrivò a meritarsi l’appellativo di “Re Galantuomo”? Lo chiamarono così gli apologeti di corte, a motivo del suo rispetto formale dello Statuto Albertino.
In realtà, Vittorio Emanuele si comportò in molte occasioni da sovrano assoluto e padrone dello Stato: come quando amputò il territorio della Patria con la cessione di Nizza e della Savoia senza tener conto del decantato principio di nazionalità, e quando stipulò un trattato segreto con la Prussia che impegnava l’Italia ad entrare in guerra solo perché lo avevano deciso lui e il suo primo ministro.
Inoltre, per capire che genere di galantuomo fosse Vittorio Emanuele, è il caso di ricordare in quale considerazione tenesse il giuramento di fedeltà coniugale contratto con il matrimonio: ebbe una grande quantità di amanti, due delle quali (Laura e Rosina) per un lungo periodo furono contemporaneamente ammesse a convivere con la rassegnata regina Maria Adelaide, sua consorte, nella reggia di Moncalieri.
Non si fece scrupolo di sedurre le mogli dei suoi migliori amici, e la vedova di suo fratello, né di avviare relazioni sessuali con ragazze minorenni, tra cui la quattordicenne analfabeta Rosina Vercellana, già citata (che poi sposò in età matura con nozze morganatiche), e l’attricetta quindicenne Emma Ivon, di trent’anni più giovane.
Così come non esitò a mettere al mondo un numero incalcolabile di figli “illegittimi”, in aggiunta agli otto avuti nel matrimonio, guadagnandosi nei pettegolezzi popolari l’appellativo ironico di “Padre degli italiani”.
Che padre fu Vittorio Emanuele? Provvide al mantenimento di molti figli naturali di cui riteneva certa la sua paternità. Ma si comportò da padre-padrone con la primogenita legittima, la religiosissima Clotilde, che sacrificò alla ragion di Stato, forzandola a sposare, quindicenne, un cugino di Napoleone III, più vecchio di lei di vent’anni, di sgradevole aspetto e che passava per un libertino vizioso e miscredente.
Peraltro, il Padre della Patria non badava a spese “pro domo sua” (amanti, cavalli, palazzi, ville, riserve di caccia), mentre non si curò delle condizioni di miseria in cui versava gran parte del popolo italiano. E, per finanziare un così allegro ménage, si mormorava che facesse ricorso anche a traffici poco puliti (quelle che oggi si chiamano tangenti).
Infine, è d’obbligo precisare che egli non “unificò” l’Italia ma ne annesse una gran parte al regno di Casa Savoia, di cui volle rivendicare la continuità mantenendo, con il nome di Vittorio Emanuele II, la numerazione dinastica della monarchia sabauda, ed estendendo alle altre regioni lo Statuto concesso da Carlo Alberto ai piemontesi.
Quanto ai meriti per il conseguimento dell’unità nazionale, il Re Galantuomo cercò di attribuirseli tutti, evitando persino di ringraziare Garibaldi, che gli aveva regalato metà del Regno d’Italia, nel discorso di insediamento della nuova Camera il 18 febbraio 1861, e subito dopo tentando di licenziare Cavour, l’artefice dei suoi trionfi.
Nicola Bruni
