Quando il “paisà” era clandestino in città

“All’improvviso ci accorgemmo che due carabinieri erano entrati nella nostra vettura e stavano interrogando ogni viaggiatore. ‘Dove andate?’ chiesero con arroganza anche a noi. ‘Pellegrinaggio’ rispose Berardo e porse una lettera di don Abbacchio col timbro della parrocchia. ‘Buon viaggio’ ci augurarono i carabinieri. Berardo sorrise”.

In realtà, Berardo e il suo accompagnatore – secondo il racconto di Ignazio Silone nel romanzo storico “Fontamara”, pubblicato in Svizzera nel 1933 – viaggiavano in treno verso Roma dalla Marsica in cerca di lavoro, contravvenendo alle disposizioni fasciste che limitavano fortemente le migrazioni interne.

Dunque, c’è stato un periodo nella storia d’Italia in cui “immigrati clandestini” sul suolo della patria erano moltissimi italiani. Di qui, il carattere “rivoluzionario” dell’articolo 16 della Costituzione, che ha sancito: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o si sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche”. 

Queste norme sono in vigore dal 1° gennaio 1948, ma formalmente le leggi di contrasto all’urbanesimo furono abrogate solo nel 1961. E dal 1957 i trattati europei hanno esteso gradualmente il diritto alla libera circolazione dei cittadini e dei lavoratori nei paesi della Cee/Ue.

Durante il ventennio mussoliniano, il regime totalitario impedì in maniera coatta alla popolazione di spostarsi liberamente sul territorio nazionale, e in particolare di trasferirsi dalle campagne verso le città alla ricerca di condizioni economiche e sociali migliori, poiché perseguiva lo sviluppo di un’agricoltura forzata con l’obiettivo di aumentare la produzione di generi alimentari e ridurre le importazioni.

Dopo alcune sperimentazioni, con una legge del 1931 si stabilì che lo spostamento di gruppi di lavoratori e di famiglie da una provincia all’altra dovesse essere sempre autorizzato da un apposito “commissario” e che gli immigrati non autorizzati dovessero essere “restituiti di autorità ai luoghi di provenienza” (una “remigrazione” interna). Ovviamente, raccomandazioni e “bustarelle” potevano facilitare le autorizzazioni richieste.

Sempre nell’ottica della ruralizzazione forzata del Paese, con una legge del 1939 il regime istituì una forma di domicilio coatto impedendo a chiunque di trasferire la propria residenza in comuni con più di 25mila abitanti o in comuni capoluogo di provincia, a meno che non si dimostrasse di avervi trovato una sicura forma di sostentamento; inoltre reintrodusse praticamente la medioevale servitù della gleba, facendo divieto ai lavoratori agricoli di allontanarsi dalla terra in cui erano nati e alla cui coltivazione erano addetti, pena la forzosa “restituzione” in caso di fuga.

È una brutta pagina di storia dimenticata.

Nicola Bruni

Folla ad un comizio di paese nel dopoguerra, foto di Cecilia Mangini esposta nel Museo delle Tradizioni Popolari di Roma.