C’ero anch’io al referendum del 2 giugno 1946

Il 2 giugno del 1946 era domenica e, dopo la Messa nella chiesa della Natività a Roma, i miei genitori andarono a votare in un seggio della scuola elementare Alessandro Manzoni, per scegliere tra Monarchia e Repubblica.

Erano molto emozionati, come poi mi ha raccontato la mia mamma, perché, all’età di 39 anni, erano chiamati per la prima volta come cittadini elettori a decidere sulle sorti dell’Italia. 
Con loro si presentò al voto la tata Caterina, di 31 anni, che viveva con la nostra famiglia. 
Al seguito, c’eravamo io, 4 anni e 7 mesi, e la mia sorellina Mariuccia, nata a luglio del 1943.

All’uscita dalla scuola, interpellato da un nonnetto, che sondava il voto dei “giovanottini”, risposi senza esitare: “Monacchìa!”. Ne ottenni un caloroso “Bravo!”, implicitamente esteso ai miei genitori. I quali, invece, nel segreto della “gabina” si erano comportati da giacobini per cacciare il Re.

Nella scheda per l’Assemblea Costituente papà aveva segnato il simbolo del Partito Repubblicano di Randolfo Pacciardi. Mamma – ragionando diversamente da suo marito – aveva preferito la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi.

La propaganda referendaria era entrata nei miei giochi di bambino. In casa, radunavo alcuni amichetti del mio palazzo, maschi e femmine, davanti ad un “palco da comizio” formato da due sedie coperte con una tovaglia e, vociando in un imbuto adattato a megafono, li imbonivo a votare “pella monacchìa e pella voterìa”, come mi pareva di aver udito da una “autoparlante” che girava per le strade. 
Per fortuna, io e i miei amichetti non avevamo ancora l’età per votare.


Nicola Bruni