“Sarò breve”: quando chi interviene in un dibattito premette che dirà “poche parole”, i “buoni intenditori” in ascolto, di solito, cominciano a preoccuparsi perché ne ha già sprecate due. Immaginatevi, poi, come tengano d’occhio l’orologio quando gliene sentano sciupare altre cinque nell’annuncio: “Ancora una parola per finire”.
Essere brevi, cioè sintetici e completi, nell’esporre il proprio pensiero non è facile. Solo un lungo esercizio può fornire l’abilità di combinare, improvvisando, il “dono della sintesi” con il “regalo dell’analisi”.
Cercava di farlo capire Papa Francesco, quando indicava ai predicatori un massimo di 8 minuti per la durata di un’omelia che non stancasse l’uditorio.
Ne era consapevole il filosofo Blaise Pascal, che nel 1656 apriva così una delle sue Lettres provinciales: “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”.
Lo sanno i giornalisti, i quali sperimentano spesso come richieda più lavoro ridurre un articolo alla dimensione prestabilita che stenderlo liberamente in maniera ampia e dettagliata.
Lo sanno quegli insegnanti che devono prepararsi per riuscire a contenere la spiegazione di un argomento entro limiti temporali rispettosi della capacità di attenzione continuativa degli alunni.
Dovrebbero saperlo gli studenti, qualora siano stati impegnati non solo a comporre riassunti su misura di piccola taglia, ma anche a fare esercizi di drastica abbreviazione di un testo, per esempio da 60 a 30 righe, con i dovuti adattamenti formali: bando a ripetizioni, via gli avverbi e gli aggettivi superflui, via le perifrasi, meno subordinate e più sintassi nominale, via alcune informazioni di contorno e i particolari meno interessanti, ma con l’accortezza di preservare il contenuto essenziale del messaggio e la scorrevolezza del discorso.
In conclusione, il proverbio al quale ho alluso all’inizio dovrebbe essere così riformulato: “A buon espositor poche parole”.
Nicola Bruni
