Una mattina della scorsa settimana, al risveglio, ho avuto voglia di rifare per colazione la “zuppetta” di quando ero bambino.
Me la preparava la tata Caterina, un’amica della mamma venuta a Roma dalla Calabria per aiutarla in prossimità della mia nascita e poi rimasta a vivere con la nostra famiglia.
Dunque, Caterina bolliva il latte della Centrale di Roma, acquistato la sera prima dal lattaio in una bottiglia di vetro da un litro e tenuto al fresco durante la notte sul davanzale della cucina in mancanza del frigorifero.
Poi rompeva il guscio di un uovo di gallina, ne estraeva il tuorlo e lo sbatteva con un cucchiaino in una tazza mescolandolo con lo zucchero. Quindi ci versava sopra il latte caldo e vi immergeva dei pezzettini di pane avanzato dal giorno precedente. La zuppetta era pronta.
Caterina ripeteva due volte l’operazione, per mia sorella e mio fratello più piccoli. E poiché io di solito non avevo “fame”, e lasciavo la tazza come l’avevo trovata, lei veniva pazientemente ad imboccarmi mentre giocavo con le lattine, i tappi metallici delle bibite, inginocchiato sul pavimento. Approfittava della mia distrazione per farmi trangugiare un boccone, e quando io me ne accorgevo, le gridavo indispettito: “Ti ho detto che non ne voglio!”.
La zuppetta che mi sono preparato quella mattina è stata, però, un po’ diversa. Niente “uovo sbattuto”. Ho solo riscaldato il latte, anziché bollirlo come usavamo negli anni ’40 del secolo scorso, ci ho aggiunto del caffè decaffeinato e un cucchiaino di miele. Poi ho spezzettato un po’ di pane raffermo, dopo averlo abbrustolito su una piastra, e ne ho riempito la tazza.
La zuppetta mi è venuta bene, e l’ho gustata anche perché aveva il sapore dell’infanzia e mi ricordava le affettuose premure dell’amatissima Caterina, che è stata per me una seconda mamma.
Nicola Bruni
