Ho un debito di riconoscenza verso il papà di Elina, Carmelo Giunta, una brava persona che gestiva un negozio di generi alimentari a Catania. Devo infatti alla sua gelosia verso quella figlia bellissima, che teneva sotto controllo anche ben oltre la maggiore età, il privilegio che lei non si fosse mai fidanzata prima di incontrare e scegliere me a 33 anni.
Conseguita la maturità magistrale in un istituto quasi totalmente femminile, Elina decise di iscriversi alla facoltà di magistero dell’Università di Catania, ma suo padre non voleva, “perché all’università ci sono i maschi”. Lei però si iscrisse, ugualmente, al corso di laurea in pedagogia.
Peraltro, Elina conosceva e frequentava ragazzi nel gruppo di Azione Cattolica della sua parrocchia, e alcuni di loro provarono a corteggiarla; ma lei aveva paura di farsi vedere da suo padre in compagnia di un singolo giovanotto.
Accadde poi, nell’estate del 1973, che Elina mi incontrò a Loreto in un convegno di professori, lontano dagli occhi paterni, e dopo una breve frequentazione ci innamorammo.
Nei dieci mesi di fidanzamento, io, ogni volta che andavo a Catania, alloggiavo in albergo e passavo le giornate fuori con Elina. Cosa che disturbava il mio futuro suocero. Al punto che quel gelosone, come ci riferì la mamma, arrivò a borbottare riguardo alle nostre uscite: “Vanno in giro da soli come se fossero marito e moglie”.
Quel brav’uomo era rimasto fermo ai tempi (1955) della canzone “Io, mámmeta e tu, / passiammo pe’ Tuledo, / nuje annanze e mámmeta arreto”.
Nicola Bruni
