Il “cinema dei preti”

La domenica pomeriggio, negli anni intorno al 1950, di solito andavo al “cinema dei preti” della parrocchia della Natività, in Via Gallia a Roma. Posto in una sala seminterrata sotto la chiesa, lo frequentavano un centinaio di bambini. Il biglietto di ingresso costava 50 lire.

Era incaricato di gestirlo un giovanottone con le orecchie a sventola, di nome Pippo, figlio di una verduraia di Via Gallia, la Sora Angelina, una pia donna sempre vestita di nero e con i capelli grigi raccolti a tuppo. 

Pippo manovrava il proiettore dei film e interveniva con un vocione tonante a mantenere la disciplina in sala. Se sentiva “caciara”, interrompeva la proiezione, accendeva le luci e minacciava di mandare tutti a casa. 

Inoltre, si arrogava il diritto di censurare le scene in cui un uomo e una donna si baciavano sulla bocca, mettendo una mano davanti al proiettore per oscurare le immagini a suo giudizio troppo spinte. Allora tutti i “regazzini” si ribellavano gridando: “Quadro! Quadro!”.

I film che si proiettavano più frequentemente erano i western americani, con i cow-boy pistoleri dal grilletto facile e gli indiani “cattivi”, che assaltavano come indemoniati i colonizzatori “buoni” ed erano sul punto di sopraffarli, quando – “tatà, tatà, tatà” – arrivavano “i nostri” a cavallo, suscitando l’entusiasmo della pipinara presente in sala, che cavalcava a sua volta con grande frastuono i sedili ribaltabili.

Nessuno ci spiegò, allora, che i veri cattivi erano i cosiddetti “nostri”, i quali andavano a invadere e rubare le terre degli indiani.

C’erano poi le pellicole divertenti di Stanlio e Ollio, che a vicenda si chiamavano “stupìdo”, e castigate storie d’amore ambientate nel benessere americano, con vesti eleganti, appartamenti lussuosi, lunghe automobili.

Ricordo l’amaro in bocca che provavo quando, uscendo dal buio della sala cinematografica alla luce della realtà quotidiana, la riscoprivo così diversa e così misera: in casa (due camere e accessori per sei persone) avevamo un arredamento disadorno, con un paio di brande pieghevoli per i letti da allestire la sera, e un baùle (che chiamavamo “bàule” sbagliando l’accento) nell’ingresso adibito a cassapanca, sul quale io giocavo con le “lattine” (i tappi metallici delle bibite), mentre il possesso di un’automobile appariva al mio orizzonte un sogno impossibile. 

Un motivo di attrazione che aveva su di me il “cinema dei preti” era la presenza delle bambine, mescolate ai maschietti, e non rigidamente separate come in chiesa e a scuola. Ce n’era una che ammiravo in particolare, ma con la quale, per timidezza, non osavo attaccare discorso: aveva circa dieci anni, un visetto dolce, capelli neri lisci tagliati a caschetto, occhi scuri intelligenti, e accompagnava al cinema una sorella più piccola zoppicante per la poliomielite ad una gamba, prendendosi cura di lei. Mi sembrava una personcina giudiziosa con la quale sarei andato d’accordo. Io fantasticavo di poterla sposare, anche se aveva un piccolo difetto estetico: una peluria sul labbro superiore, quasi dei baffetti, che – immaginavo – le avrei fatto depilare se mi fossi fidanzato con lei.

Nicola Bruni

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Nella foto, una scena del film americano “La signora del venerdì”, con Cary Grant e Rosalind Russel.