Innovazioni nell’insegnamento dell’italiano

sperimentate al “Margherita” nel Post-Sessantotto


L’esperienza più bella della mia professione di insegnante l’ho vissuta nel quinquennio 1969-1974. Avevo 28 anni, quando il Provveditorato agli studi mi affidò un incarico di italiano e storia-educazione civica all’istituto tecnico femminile Margherita di Savoia, in Via Panisperna, nel centro di Roma. 

Inizialmente mi furono assegnate tre classi – due terze e una prima dell’indirizzo per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere – con una novantina di ragazze, quasi tutte carine, alcune bellissime, tra i 14 e i 17 anni, dalle quali fui accolto molto bene. In seguito, ebbi solo classi del primo biennio. 

Erano gli anni della Contestazione, il cui vento soffiava, sia pure moderatamente, anche dalla mia cattedra: contro l’autoritarismo, il nozionismo e una certa idea astratta di cultura. 

Io riuscii a stabilire con le allieve un rapporto sereno e amichevole, basato sul rispetto reciproco nella distinzione dei ruoli, e ottenni che quasi tutte seguissero le mie lezioni con simpatia. Accolsi la richiesta di discutere il voto di ogni interrogazione. Peraltro, nella valutazione finale, attribuivo molta importanza alla partecipazione attiva, alle domande e alle osservazioni intelligenti, alle risposte appropriate e alle obiezioni fondate, delle quali prendevo nota “in diretta”.

La prima innovazione didattica che introdussi fu quella di dedicare un’ora settimanale a conversazioni “in lingua italiana” (così da poter spaziare) su argomenti di attualità culturale, sociale, di politica interna o internazionale o alla lettura comparata e critica di diversi quotidiani, alla presentazione di un libro interessante. Insomma, operai un sostanziale svecchiamento della tradizionale cultura scolastica, facendovi entrare il mondo contemporaneo e mettendolo a confronto con le civiltà del passato.

Puntavo principalmente a stimolare l’acquisizione di un sapere critico, a suscitare interesse per i contenuti e a far parlare le ragazze dei loro problemi, mettendo da parte lo studio nozionistico e mnemonico-ripetitivo. Feci imparare e recitare a memoria solo componimenti poetici brevi e particolarmente significativi, come “Tanto gentile e tanto onesta pare” di Dante.

L’arricchimento del lessico, con speciale attenzione ai linguaggi della politica, del diritto, della sociologia e dell’economia, era una costante dei miei interventi didattici: non andavo avanti senza aver prima fatto trascrivere su un quaderno di appunti la definizione di ogni parola di una qualche importanza di cui le ragazze non conoscessero il significato. A tal fine contribuivano anche l’insegnamento della storia e l’educazione civica (quest’ultima basata essenzialmente sulla lettura dei quotidiani).

Alcune di quelle definizioni fornivano poi lo spunto per aprire una discussione o impostare una ricerca riguardo al loro contenuto: per esempio, come funziona la coscienza; come si manifesta il paternalismo; che cosa appare oggi anacronistico; come distinguere il razzismo dalla xenofobia; quali testi, discorsi o espressioni possono essere considerati retorici in senso negativo; quali sono gli eufemismi più usati; perché si ricorre al turpiloquio.

Per le prove scritte in classe, non assegnavo mai temi a sorpresa, ma impostavo in precedenza una conversazione sugli argomenti da trattare.

Un’altra caratteristica della mia didattica era l’apertura della scuola al mondo esterno, con gite scolastiche e parascolastiche (quelle che organizzate dal Centro giovanile San Bernardino, di Via Panisperna, del quale ero un animatore), con visite a monumenti, a siti archeologici, a musei, alla redazione di un giornale, alla sede Rai di Via Teulada, con la partecipazione a spettacoli teatrali, con un‘epica “scalata” della cupola di San Pietro.

Venti anni più tardi, incontrai su un autobus un’ex alunna alla quale, come mi disse, era rimasta impressa una mia lezione sul verticalismo architettonico-spirituale delle cattedrali gotiche.

Nicola Bruni


Nella foto, del 22 novembre 1973, sono sulla terrazza della basilica di San Pietro con un gruppo di alunne della II G,

dopo la scalata del Cupolone, un’esperienza straordinaria che non si dimentica nella vita.