Polonia 1967, confessione in latino

Il 15 agosto del 1967, mentre ero in vacanza a Sopot, cittadina balneare del Mar Baltico, volli andare a Messa per la solennità dell’Assunta, festività non riconosciuta nella Polonia cattolica sottoposta al regime comunista. Benché fosse un giorno lavorativo, la chiesa era gremita di fedeli.

Avevo intenzione di confessarmi, per poi ricevere la Comunione, e chiesi a un confessore se potessi farlo in latino. Il sacerdote annuì (certamente aveva studiato il latino in seminario), ma poi mi ascoltò senza proferire una parola. Io, che ero fresco di studi dopo la laurea in Lettere, mi ero preparato l’elenco dei “peccata mea” nella lingua di Sant’Agostino senza dover ricorrere a un dizionario.

Alla fine, per accertarmi se il mio interlocutore mi avesse capito, gli domandai: “Intellegisne?”. “Optime”, mi rispose, e senza fare commenti aggiunse, prima di darmi l’assoluzione: “Pro poenitentia, rosarium”. A dire il vero, la penitenza di un intero rosario mi sembrò un po’ eccessiva, a confronto con quelle che solitamente mi venivano comminate da confessori italiani, ma la accettai, e dopo la Messa mi trattenni in chiesa a recitare la coroncina della Madonna.

Ero andato a Sopot, in treno da Roma, per trascorrere la settimana di Ferragosto su invito di Milena, una briosa ragazza polacca di Lodz che avevo conosciuto nel mio precedente viaggio in Polonia del 1964, e con la quale avevo intrecciato una corrispondenza in inglese, per un’amicizia a distanza. 

Milena aveva prenotato tre camere in una pensione vicino al mare, delle quali una per me, una per lei e sua sorella Ewa e una per un amico svedese di Ewa, di nome Gordon. Ci incontrammo in quell’appartamento, e per prima cosa dovemmo lasciare le scarpe all’ingresso e camminare scalzi a motivo di igiene.

Io e Gordon avevamo 25 anni, Milena 21 ed Ewa 20. Tra noi conversavamo in inglese. La mattina andavamo sulla spiaggia: i miei amici facevano tranquillamente il bagno nelle acque gelate del Baltico, mentre io rabbrividivo solo ad immergervi i piedi. 
Nel pomeriggio ci dedicavamo al turismo. Visitammo anche le vicine città di Danzica e Gdynia. 

La sera ballavamo nel dancing all’aperto “Non Stop 67” di Sopot, sotto un grande tendone. Nelle annotazioni che feci sull’agenda di quell’anno, leggo che c’era un ambiente “beat”, suonava il complesso Blackout, si ballava a ritmo di “shake” e si beveva Polo Cockta, una specie di Coca Cola autarchica.

Nicola Bruni
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Nella foto, la spiaggia di Sopot e, sullo sfondo, il pontile in legno più lungo d’Europa, 512 metri.

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