“La catastrofe non è finita”: dalla Nakba del 1948 a Gaza, la Palestina continua a vivere sotto esproprio, assedio e distruzione. Settantotto anni dopo la Nakba, milioni di palestinesi continuano a vivere tra occupazione, colonie illegali, assedio e bombardamenti. Quella che nel 1948 fu chiamata “catastrofe” non appare più come una pagina chiusa della storia, ma come una frattura ancora aperta che attraversa intere generazioni. Ci sono date che non appartengono soltanto al passato. Continuano a sanguinare nel presente. Il 15 maggio 1948, per il popolo palestinese, non rappresenta la nascita di un nuovo equilibrio. Rappresenta l’inizio della Nakba. La catastrofe. Centinaia di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare case, villaggi, terreni agricoli, negozi, scuole, intere città. In pochi mesi oltre 750.000 palestinesi si trasformarono in profughi dentro la propria terra o oltre i confini. Non fu una fuga spontanea. Non fu un incidente della storia. Fu una frattura violenta che cambiò per sempre il Medio Oriente e la vita di milioni di esseri umani. Villaggi cancellati, case incendiate, proprietà confiscate, famiglie separate. Persone che fino al giorno prima avevano una vita riconoscibile si ritrovarono improvvisamente senza nulla, sospese dentro campi profughi destinati a diventare permanenti.
Ed è questo il punto che continua a pesare ancora oggi: per i palestinesi la Nakba non viene percepita come un evento concluso, ma come un processo mai terminato davvero. Dal 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, Israele ha costruito centinaia di insediamenti nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale secondo numerose risoluzioni ONU e contestati da gran parte della comunità internazionale.
All’inizio erano poche centinaia di coloni, concentrati soprattutto in aree simboliche come Hebron e alcuni avamposti religiosi. Poi l’espansione è diventata continua.
Negli anni Ottanta i coloni erano già decine di migliaia. Nei primi anni Duemila avevano superato quota 200.000. Oggi sono oltre 700.000. Un’espansione cresciuta mentre il mondo continuava a produrre dichiarazioni, vertici diplomatici e richiami formali che raramente si sono trasformati in pressioni reali o sanzioni concrete.
È qui che il tema palestinese smette di essere soltanto una questione regionale e diventa una domanda politica globale: perché per alcuni Stati il diritto internazionale sembra invalicabile, mentre per altri appare continuamente negoziabile?
Gaza è forse il simbolo più brutale di questa contraddizione. Nel 2005 Israele evacuò le colonie presenti nella Striscia, sgomberando circa novemila coloni. Molti presentarono quella scelta come la fine dell’occupazione diretta. Ma dal giorno successivo Israele mantenne il controllo dello spazio aereo, delle acque territoriali, dei confini terrestri, dei movimenti di persone e merci.
Col tempo Gaza si è trasformata in un territorio isolato dal resto del mondo: elettricità intermittente, acqua in larga parte non potabile, ospedali in crisi cronica, disoccupazione altissima, restrizioni continue su beni, materiali e spostamenti. Una popolazione intera intrappolata dentro un assedio permanente.
Poi sono arrivati gli anni delle offensive militari, dei bombardamenti ciclici e infine la devastazione totale che oggi attraversa la Striscia. Ed è impossibile ignorare il peso umano di tutto questo. Migliaia di civili uccisi, quartieri rasi al suolo, ospedali, scuole, università e campi profughi colpiti. Una distruzione che ha progressivamente spinto sempre più governi, organizzazioni internazionali, giuristi e movimenti civili a parlare apertamente di crimini di guerra, pulizia etnica o genocidio.
Intanto, nel dibattito occidentale, continua a tornare una frase ripetuta quasi automaticamente: il “diritto di Israele a esistere”. Ma sempre più persone pongono un’altra domanda, molto più scomoda: può esistere davvero sicurezza per uno Stato costruita sulla negazione permanente della sicurezza di un altro popolo?
Perché dopo decenni di occupazione, assedio, espansione coloniale e devastazione, la parola Nakba continua a tornare ovunque. Non come slogan, ma come descrizione storica di una frattura mai chiusa. Ed è forse proprio questo che oggi spaventa di più: l’idea che la catastrofe non appartenga soltanto al 1948, ma continui ancora adesso, sotto gli occhi di un mondo che troppo spesso osserva, commenta e poi si volta dall’altra parte.
Paolo Consiglio
