Conservo un grato ricordo della mia professoressa di lettere del ginnasio, Clelia Rotunno, l’insegnante che più di tutti gli altri ha influito in maniera positiva sulla mia formazione scolastica, culturale e umana, sebbene le idee politiche di sinistra che esternava fossero diverse da quelle che professavo io, da giovanissimo militante della DC.
Sono stato suo alunno nel biennio iniziale 1955/1957 del liceo-ginnasio Augusto di Roma, quando avevo 14-15 anni, per lo studio di ben cinque discipline: italiano, latino, greco, storia e geografia. Sempre presente a scuola lei, sempre presente a scuola io.
Rotunno ci faceva prendere appunti su un grosso quaderno chiamato Zibaldone (come un’opera di Leopardi), nel quale dovevamo annotare definizioni di vocaboli e nozioni varie di tutte le materie che emergevano dalle sue spiegazioni. Ne trassi un grande profitto, al punto che, passato al triennio liceale, avevo già raggiunto una tale padronanza della lingua italiana da consentirmi di correggere, come direttore del giornale di istituto, gli svarioni degli articoli dei miei collaboratori. E avevo imparato così bene il latino e il greco, che alcuni miei compagni mi chiedevano di confrontare le loro versioni con le mie per poterle “aggiustare”.
La cosa di cui sono maggiormente grato alla professoressa Rotunno, è l’essere riuscita a togliermi dalla testa la retorica nazionalista e guerresca dell’insegnamento che mi era stato propinato negli anni della scuola elementare e della scuola media, residuo dell’indottrinamento del regime fascista. Grazie a lei, cominciai a riflettere sulla falsità di una ideologia che mi proponeva come modelli da imitare “eroi” che avevano ucciso tanti “nemici”, cioè altri esseri umani, e come supremo ideale quello di “morire per la patria” in guerra, anziché vivere per migliorarla nella pace.
Il 5 novembre del 1956, noi studenti dell’Augusto scioperammo in massa per solidarietà con l’Ungheria insorta contro i carri armati sovietici e partecipammo ad una manifestazione oceanica di protesta davanti alla sede del PCI. L’indomani, io e i miei compagni di classe dovemmo affrontare le ire della professoressa Rotunno, che non perdeva occasione per manifestarci la sua fede politica comunista: con cipiglio corrucciato, ci ordinò di scrivere su un foglio per quali motivi avevamo disertato le lezioni del giorno precedente.
Alcuni addussero vaghe giustificazioni, del tipo “perché c’era sciopero” o “perché nessuno era entrato a scuola”, ma io non mi lasciai intimidire. Scrissi che lo avevo fatto per “partecipare ad un corteo di protesta contro l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, che intendeva esprimere anche l’impegno collettivo degli studenti italiani a difendere la libertà e l’indipendenza del nostro Paese da una possibile aggressione esterna come quella inflitta alla nazione ungherese”.
Da allora, ricordo, quell’insegnante mi tenne in maggiore considerazione.
Nicola Bruni
Nella foto, la mia classe Quinta D – 1956/57 del ginnasio all’Augusto. Io sono il terzo da sinistra della prima fila in piedi.
