nonostante l’emergenza del coronavirus
– Sto scrivendo da un chiacchierato luogo comune del Bel Paese, gremito fino all’inverosimile da un record di pregiudizi, stereotipi, proverbi melensi, metafore d’antiquariato, frasi fatte, espressioni omologate… e quant’altro… e via dicendo… e chi più ne ha più ne metta.
Il sito retorico indicato si trova a una manciata di anni luce da un uso elegante della lingua parlata e scritta.
Vi bazzicano, spesso e volentieri, fra gli altri, raccomandati giornalisti della radio e della tv, fumeggianti attori del teatrino della politica e sintonizzati personaggi del mondo dello spettacolo.
Alzi la mano – ma non più di tanto – chi lo frequenta, esponendosi a una bacchettata ovvero a una tirata d’orecchie: punizioni che ormai da oltre mezzo secolo si comminano solo sui giornali… nella misura in cui si ignora che sono severamente vietate nella scuola.
Ma qui casca l’asino, perché chi fa da sé fa per tre; cura il coronavirus con i pannicelli caldi; tiene la bocca cucita; butta il bambino con l’acqua sporca; si orienta al buio con la cartina i tornasole; è tentato dalla fuga in avanti; vede una luce in fondo al tunnel; e la dice lunga su come mai ripeta sempre bestialità del tipo in bocca al lupo – crepi il lupo, il cane che si morde la coda e tagliamo la testa al toro.
Comunque, se è vero come è vero che il passato può essere pesante come un macigno, oggi come oggi si ricordi che domani è un altro giorno, non è mai troppo tardi e quando c’è la salute c’è tutto; altrimenti – incrociamo le dita, tocchiamo ferro e facciamo gli scongiuri – non si va da nessuna parte.
Morale della favola: visto e considerato quanto, volere o volare, è ammesso e non concesso, mi si consenta di sconsigliare l’abuso degli avverbi estremamente, perfettamente, assolutamente, francamente, sinceramente, per una ragione semplicissima: sono composti dal suffisso -mente, che potrebbe richiamare alla mente di chi ascolta – con un fastidioso bisticcio di parole – il verbo mentire.
Nicola Bruni