“In Italia comanda chi prende un voto in più dagli italiani”, ha proclamato trionfalmente alla Camera il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli (nella foto), dopo l’approvazione definitiva del “Melonellum”, la nuova legge elettorale maggioritaria voluta dal Governo Meloni. Avete capito? ”Comanda”, cioè esercita pieni poteri, chi ha avuto anche un solo voto in più degli avversari.
Alle prossime elezioni politiche una coalizione potrebbe, per esempio, conquistare il 42 per cento dei voti validi con un’affluenza del 60 per cento. Otterrebbe così il 55 per cento dei seggi alla Camera (220 su 400) e il 56,5 per cento al Senato (113 su 200), pur contando sul consenso effettivo di appena il 25 per cento degli elettori. E grazie a questa artificiosa maggioranza parlamentare potrebbe anche eleggere il Presidente della Repubblica e i giudici della Corte costituzionale, oltre che occupare tutte le principali posizioni di potere nazionali.
Se vincerà la coalizione di destra-centro, a “comandare” sarà la sua “capa”, Giorgia Meloni, indicata preventivamente secondo il Melonellum per l’incarico di Presidente del Consiglio. La quale realizzerebbe così, di fatto, quel “premierato”che non è riuscita a introdurre con una riforma costituzionale.
È il progetto di una “capocrazia”, destinata a sostituire l’attuale vacillante democrazia parlamentare, nella quale già il Governo in molti casi prevarica sul Parlamento nell’esercizio del potere legislativo con decretazioni d’urgenza, anche non urgenti, supportate da voti di fiducia.
Le opposizioni ricorreranno alla “Consulta”, passando per la magistratura ordinaria, contro il Melonellum, che a loro giudizio viola palesemente diversi articoli della Costituzione. Contesteranno, in particolare, l’abnorme premio di maggioranza, che renderebbe il Parlamento non rappresentativo della volontà popolare; l’obbligo per liste e coalizioni di indicare il futuro capo del Governo, prerogativa spettante al Presidente della Repubblica; il superamento del sistema di elezione del Senato su base regionale previsto dall’articolo 57 della Costituzione; l’eccessivo numero di firme richiesto, in ogni circoscrizione, alle liste prive di rappresentanti in Parlamento; e la mancata previsione dell’alternanza di genere tra i capilista bloccati.
Il problema è che la Corte costituzionale potrebbe non riuscire a pronunciarsi in tempo sulle violazioni costituzionali del Melonellum, prima delle elezioni politiche. In tal caso, avremmo ancora una volta – come avvenuto con la legge ”Porcellum” del leghista Calderoli, approvata nel 2005 e parzialmente abrogata dalla Corte nel 2014 – un Parlamento eletto con una legge incostituzionale.
Nicola Bruni
