Una pipinara di ragazzini, maschi e femmine, figli di ufficiali e sottufficiali dell’Esercito, accompagnati dalle nostre mamme, andavamo ogni giorno alla “colonia” estiva di Fregene, nei primi anni ’50 del secolo scorso.
Veniva a prenderci la mattina presto, a Roma, facendo un giro per la città, un vecchio camion militare, coperto da un telone (con finestrelle ai lati e apertura in fondo) e attrezzato con quattro file di sedili di legno: un catorcio che funzionava a nafta e si metteva in moto con una manovella infilata sul davanti del motore. L’autocarro, guidato da un soldato, andava poi a riunirsi con altri suoi simili in Piazza Irnerio, dove formava una colonna che imboccava la Via Aurelia procedendo ad una media di 30 km all’ora, scortata da un sergente motociclista.
Lungo la strada ci sorpassavano, facendoci “rosicare”, i “signori” pullman militari delle colonie dell’Aeronautica e della Marina, che offrivano un trattamento migliore ai propri utenti.
Benché puzzolente per il fumo di scarico, quel camion era per noi bambini la felicità. Durante il viaggio, cantavamo in coro e a squarciagola sempre le solite canzoni: “Quel mazzolin di fiori che vien dalla montagna…”, “Quando anderemo fora, fora de la Valsugana…”, “Alouette, gentille alouette, / Alouette, je te plumerai…”, “La famiglia dei gobbon: Gobbo lu padre, gobba la madre, gobba la figlia e la sorella, era gobba pure quella…”, “Su quel sasso c’era scritto, c’era scritto su quel sasso…”, “La Svizzera, la Svizzera, la Svizzera… è una nazion”.
Oppure giocavamo al Cucuzzaro: “Nell’orto mio ci sono quattro cucuzze. – E perché quattro cucuzze? – E quante sennò? – Due cucuzze. – E perché due cucuzze? …”.
Arrivati a Fregene, in vista del mare, esplodevamo in un grido di gioia se le acque erano calme, perché con il mare mosso non ci permettevano di fare il bagno.
La giornata sulla spiaggia cominciava con l’alzabandiera davanti ai bambini schierati sull’attenti a cantare “Fratelli d’Italia”, e terminava con l’analoga cerimonia dell’ammainabandiera. C’era la ginnastica obbligatoria, prima del bagno. Poi ognuno giocava per conto suo.
A mezzogiorno si andava al refettorio e si faceva la fila per un piatto di “pastasciutta”, mentre il resto del pranzo lo si portava da casa.
Nel pomeriggio si ascoltava musica e si ballava con un juke-box, nella veranda del bar che fungeva da pista da ballo. Ed è lì che io imparai a ballare fin da ragazzino.
A quel tempo, nella pineta di Fregene, c’erano le ville di alcuni attori famosi, il cui lusso strideva con la “porca miseria” dei nostri camion a manovella.
Nicola Bruni
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Nella foto, la spiaggia di Fregene.
