Il boccolo nei capelli

Un boccolo nei capelli è stata una mia caratteristica nei primi anni dell’infanzia. Me lo acconciava, arrotolando il ciuffo centrale a un ferro caldo, il barbiere Tommaso, che aveva la sua bottega sotto casa, in Via Licia a Roma.

Lo stesso Tommaso, quando divenni più grandicello, era solito tagliarmi i capelli “all’Umberto”, dopo averli sfoltiti perché secondo lui ne avevo troppi. “Chi è questo Umberto?”, gli domandai. Mi spiegò che si trattava di un re, di quando “c’era una volta…”, famoso per avere una testa a spazzola.

Mi piaceva giocare da solo, in casa, e mia zia Teresa mi elogiava perché riuscivo a mantenere immacolato il golfino bianco che di solito indossavo.

Fin dai primi mesi di vita, gradivo poco il mangiare e non succhiavo il latte dal biberon. Allora, la mamma s’ingegnò a tagliare la punta del succhiotto in modo che il latte sgorgasse a fiotti nella mia bocca, con il risultato che mi rimpinguai. 

Crescendo, continuavo a non avere appetito, e la tata Caterina mi veniva dietro, mentre giocavo, per imboccarmi nei momenti in cui ero distratto.

Quando, all’età di nove anni, fui operato di tonsille all’ospedale Eastman di Roma, mi fu imposto il digiuno per un intero giorno, e io ero contento perché finalmente venivo lasciato in pace dalla mia imboccatrice, mentre altri bambini ricoverati reclamavano strillando: “La pastasciuttaaa!”.

A scuola andavo “non c’è malaccio, come diceva il burbero maestro De Sanctis, ma avevo un difettuccio fisico (poi svanito con la crescita) che mi metteva in imbarazzo: quando faceva freddo, la punta del mio naso diventava rossa, e alcuni compagni ne approfittavano per canzonarmi come Mastro Ciliegia.

Io ero stato educato a non proferire mai parolacce, ma poiché – come si dice a Roma – quanno ce vo’, ce vo’, rispondevo educatamente a chi mi provocava: “Strombolo! Vaffallovo!”.

Nicola Bruni