Il grillo, la formicuzza e il corredo da sposa

Ho visto un grillo, per la prima volta dopo molti anni. Per me che vivo in città, a Roma, è stata una scoperta. Un grillo di colore verde, che si arrampicava su una cancellata a Taormina. Si è lasciato fotografare da vicino senza scomporsi. Era un grillo silenzioso, che non faceva “cri cri”. Ma forse non era un grillo. Anzi – senza “forse” – era una cavalletta che assomigliava a un grillo, come poi ho appreso da un amico professore di scienze agrarie, al quale ho chiesto una consulenza per scrupolo di verità.

Comunque, la vista di quell’insetto mi ha fatto ricordare la canzoncina del grillo e della formicuzza che mi cantava la mamma quando ero bambino. Ne ho ritrovato il testo nel web:

«C’era uno grillo in un campo di lino,

la formicuzza gliene chiese un filino. 

Disse il grillo: “Che cosa ne vuoi fare?”.

“Calze e camicie, mi voglio maritare”.

Disse il grillo: “Lo sposo sarò io”.

La formicuzza: “Sono contenta anch’io”».

Ad ogni strofa mia madre faceva seguire il ritornello: “Larazumpola lallallero, larazumpola lallallà”.

La mamma non completava la canzoncina, perché la storiella finiva addirittura in tragedia, e lei non voleva farmi dispiacere. Infatti, mentre gli sposi andavano in chiesa “per darsi l’anello, cadde il grillo e si ruppe il cervello”. A sua volta, “la formicuzza per il gran dolore prese uno spillo e se lo ficcò nel cuore”.

Erano tempi in cui alle “ragazze da marito” si richiedeva un “corredo”, composto da lenzuola, coperte, asciugamani e indumenti vari. E per il corredo si usava molto il lino, che era un prodotto nazionale, mentre il cotone era importato.

A questo proposito, ricordo che mia moglie Elina mi parlava delle sollecitazioni ricevute più volte dalla sua mamma, quando non era ancora fidanzata, affinché pensasse a farsi il corredo. Lei le rispondeva: “Non ti preoccupare, mamma. Il mio corredo è lo stipendio da insegnante che porto a casa. Al momento opportuno, comprerò tutto quello che mi serve”.

Tuttavia, quando Elina ed io ci sposammo, nel 1974, lei un bel corredo ce l’aveva, con biancheria ricamata. Era il munifico dono di nozze di una zia Pasqualina, che possedeva un negozio di tessuti e confezioni a Comacchio. 

Proprio alcune settimane fa, ho ritrovato in un armadio un finissimo asciugamano di lino bianco bordato di azzurro e con un ricamo svolazzante della “E” di Elina, personalmente eseguito da quella zia “buonanima”. Nei 47 anni di matrimonio, prima della sua morte nel 2021, la mia sposa non l’aveva mai usato. Ora ho cominciato a usarlo io, e quando mi asciugo il viso, mi immagino di accostare la guancia di Elina alla mia come in un tenero “cheek-to-cheek”.

Nicola Bruni

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