La cattura del partigiano Gioacchino Gesmundo

nel mio palazzo di Via Licia a Roma.

* Ho ricostruito una tragica vicenda della storia d’Italia che ha incrociato la mia vita il 29 gennaio 1944, quando avevo poco più di due anni. Quel brutto giorno, nel mio palazzo di Via Licia 76 (oggi 56) a Roma fecero irruzione gli agenti nazisti delle SS, che vi arrestarono il professor Gioacchino Gesmundo, docente di storia e filosofia al liceo scientifico Cavour, militante del Partito Comunista ed esponente del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). 

Gesmundo, 35 anni, abitava in un appartamento del decimo piano, io con i miei genitori e la sorellina Mariuccia di pochi mesi al nono. In casa nostra erano, allora, nascosti due miei cugini calabresi ventenni, Felice Cannatello e Nicola Scopacasa, renitenti alla leva della Repubblica Sociale Italiana, che tremavano per il terrore di essere scoperti e catturati. Era in pericolo anche il mio papà, Peppino Bruni, 37 anni, maresciallo dell’Esercito già in servizio al Ministero della Guerra, che all’inizio del 1944 si era rifiutato di giurare fedeltà alla Repubblica nazifascista di Mussolini ed era stato licenziato in tronco. 

I miei genitori furono molto impressionati da quell’arresto, perché incontravano spesso Gioacchino e sua sorella Isabella, vedova, che conviveva con lui. Entrambi avevano sentito i miei primi vagiti nella notte del 26 ottobre 1941, quando ero nato in casa, e poi erano venuti a vedermi.

Appresero, in seguito, che il professore era stato rinchiuso nel carcere di Via Tasso, dove era stato atrocemente – ma inutilmente – torturato dai nazisti perché rivelasse i nomi di partigiani che operavano con lui nella clandestinità. A casa sua, avevano trovato un sacco di grossi chiodi a quattro punte, pronti ad essere disseminati nelle strade dove passavano gli automezzi dei tedeschi, per squarciarne le gomme. 

Il 22 marzo 1944 Gesmundo fu condannato a morte dal Tribunale militare tedesco di Roma. Due giorni dopo, fu incluso dal famigerato colonnello Herbert Kappler nell’elenco dei 335 italiani destinati ad essere massacrati per rappresaglia alle Fosse Ardeatine, in seguito all’attentato partigiano di Via Rasella, che il 23 marzo aveva causato la morte di 33 soldati tedeschi. 

Insieme con lui fu assassinato, nelle cave di tufo della Via Ardeatina, il suo compaesano di Terlizzi (Bari) don Pietro Pappagallo, 55 anni, che aveva dato aiuto e rifugio a perseguitati ebrei e antifascisti.

Il ricordo di quell’eroico professore ha accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza, perché i miei occhi cadevano frequentemente sulla lapide commemorativa del suo sacrificio affissa accanto al portone del mio palazzo di Via Licia.

Nicola Bruni

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Nella foto in alto, Gioacchino Gesmundo con il suo concittadino don Pietro Pappagallo.

Qui sotto, la lapide affissa accanto al portone di Via Licia 56 a Roma.

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