Zagabria 1967, lo svenimento

Ho alcuni ricordi indelebili della mia visita a Zagabria, allora capitale della Croazia iugoslava, avvenuta all’inizio di agosto del 1967, quando avevo 25 anni. Vi arrivai dopo un viaggio in treno da Roma, come prima tappa di un giro alla scoperta della Mitteleuropa, che mi avrebbe portato poi a Budapest, a Vienna e infine in Polonia.

Alloggiai in un bell’albergo, l’Hotel International, e l’indomani, guidato da una mappa turistica della città, mi misi a percorrerla, alla ricerca dei suoi luoghi più notevoli. Visitai, tra l’altro, l’imponente cattedrale, dove rimasi colpito dalla grande venerazione manifestata dai fedeli per la tomba del cardinale arcivescovo Alojzie Stepinac (1898-1960), considerato un martire del regime comunista di Tito (che lo incarcerò), e che il papa Giovanni Paolo II avrebbe proclamato beato nel 1998.

Cammina, cammina, cammina, e cammina, cammina, cammina… – come diceva mia madre quando mi raccontava da bambino una fiaba dei tempi antichi -, credo di aver fatto una quindicina di chilometri a “pedagna” nell’arco di una decina di ore. Passavano i tram, passavano gli autobus, ma io non li prendevo perché non sapevo dove mi avrebbero portato.

Durante quella lunga camminata, mi imbattei in una ragazza di circa 20 anni, magra, bionda, che barcollava, colta da malore. Feci appena in tempo ad avvicinarmi per sostenerla alle spalle, quando mi cadde tra le braccia svenuta. Riuscii a trattenerla per non farla finire a terra. Volevo chiamare aiuto, ma in quel momento non passava nessuno.

Mi accorsi, da una leggera sporgenza della pancia, che era incinta. Vidi anche che non indossava un anello nuziale, e immaginai che non fosse sposata. Allora mi sentii in imbarazzo: “Forse – mi dissi – la gente penserà che sono stato io, che la tengo tra le braccia, a metterla in gravidanza”.

La trascinai all’interno di un portone, dove subito arrivò in soccorso una donna, che la sistemò su una sedia. La ragazza a poco a poco riprese i sensi, bevve un bicchiere d’acqua e zucchero, e quando la donna soccorritrice le parlò in croato indicando me, lei mi rivolse un sorriso che interpretai come un ringraziamento. Me ne andai salutandola con la mano e recitando mentalmente un’Ave Maria per lei.

Nicola Bruni

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